Novità

Mohammad Tolouei

Le lezioni di papà

Novembre 2019
pp. 96
ISBN 978-88-96908-13-6
€ 11,00
Traduzione dal persiano di Giacomo Longhi

In questa raccolta di racconti Mohammad Tolouei compone una piccola saga attorno alla figura di suo padre, Ziya, improbabile capofamiglia che parte per il fronte dopo una lite coniugale, nasconde un passato da guerrigliero, sogna di trascinare la famiglia in Europa e tenta di approfittare del clima di incertezza seguito alla rivoluzione del ’79 per compiere il salto sociale. Un personaggio animato da un idealismo rocambolesco e da un opportunismo un po’ ingenuo che la madre di Mohammad, donna dal carattere schivo e severo, controbilancia con entrate in scena tanto dosate quanto risolutive.
“Perché mai i papà pensano che la memoria dei figli sia solo dispari, come i rami di un Lucky Bamboo? Come mai credono che i figli si debbano ricordare soltanto il lato positivo?” si chiede l’autore che, ormai trentenne e intento a costruirsi una carriera nella capitale, cerca di tenere le fila di un rapporto non proprio idilliaco ma silenziosamente permeato da un affetto incontenibile.
Sarà forse un viaggio a offrire ai due l’occasione per riconciliarsi e accettarsi l’un l’altro così come sono?

Le imprese di un padre raccontate dal figlio rivelano il mondo inaspettato e avventuroso di un ordinario cittadino di provincia e restituiscono un vivace spaccato di vita famigliare in Iran dagli anni Ottanta a oggi.

Il piano di mio padre era farci crescere lontano dalla guerra. Poi, una volta grandi, avremmo deciso noi se restare in Danimarca o tornare in Iran. Il piano di mia madre era tergiversare. Voleva rimandare finché lui non avesse cambiato idea, come del resto aveva già fatto con mille altre iniziative lasciate a metà.

Ritornerai a Isfahan

Mostafa Ensafi

Ritornerai a Isfahan

Marzo 2019
pp. 304
ISBN 978-88-96908-12-9
€ 16,00
Traduzione dal persiano di Giacomo Longhi

Shamim Shamse, affermato professore di letteratura persiana dell’Università di Tehran, si sta affacciando alla soglia dei quarant’anni quando il passato riemerge con prepotenza nella sua vita. Una studentessa polacca, Eliza, si presenta nel suo studio senza preavviso dicendo di essere la figlia di Adri, la ragazza che Shamim aveva amato da giovane e che gli aveva spezzato il cuore con una partenza tanto inspiegabile quanto definitiva. Adesso, ventitré anni dopo, Eliza è arrivata da Varsavia carica di notizie e determinata a far luce sul vissuto di sua madre e della nonna, Barbara, che durante la Seconda guerra mondiale aveva trovato rifugio nella città di Isfahan dopo essere approdata in Iran insieme ad altre migliaia di profughi polacchi reduci dai gulag sovietici.
Nonostante la moglie e la figlia insistano per lasciare il paese, sempre più in balia del tumultuoso clima elettorale del 2009, Shamim decide di rimanere. Incoraggiato dall’inseparabile amico d’infanzia, Taher, accetta di aiutare Eliza nelle sue ricerche, anche nella speranza di dare finalmente un senso all’abisso di domande che Adri aveva lasciato dietro di sé.
Ritornerai a Isfahan è un viaggio che ripercorre settant’anni di storia facendoci riscoprire una pagina comune tra l’Iran e l’Europa, a memoria di quando le rotte migratorie erano invertite rispetto al presente. Ma è soprattutto un commovente racconto sull’affetto come sentimento che travalica i legami di sangue e sulla tremenda capacità delle passioni umane di resistere allo scorrere del tempo.

Un intenso romanzo che riporta alla luce il dramma dimenticato dei profughi polacchi che raggiunsero l’Iran durante la Seconda guerra mondiale. L’autore intreccia mirabilmente eventi di ieri e di oggi per restituirci un’immagine viva e inedita del suo paese, una terra dove il tumulto della storia non ha prodotto soltanto rivoluzioni, ma ha fatto scaturire anche amori travolgenti e indelebili.

Era vero, Adri era andata via. Si era portata tutti i vestiti, erano rimasti solo un paio di collant sopra il divano e la spazzola che era caduta ai piedi del letto. Era partita senza lasciare niente, tranne il vago ricordo di dita roventi che slacciano delicate i freddi bottoni di metallo, delle guance vellutate che arrossiscono di vergogna, del sapore di dentifricio alla menta, di quando erano avvolti come rami di vite, della scura chioma aggrovigliata ai vestiti. Ha preso la spazzola e l’ha guardata. Adri era andata via senza lasciare altro che qualche capello impigliato.

L’Ariete

Mehdi Asadzadeh

L’ariete

Aprile 2018
pp. 127
ISBN 978-88-96908-11-2
€ 14,00
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raduzione dal persiano di Giacomo Longhi

Hamed è un ventenne di Tehran che, come tanti suoi coetanei, sta facendo il servizio militare. Un giovane ariete testardo, impulsivo e passionale, che non riesce a dimenticare l’ex ragazza, Samira, con cui aveva condiviso un’infinità di pomeriggi strampalati, passati a bazzicare tra teatri e librerie dell’usato o a visitare vecchi santuari e cimiteri. Quando viene a sapere che lei si sta per sposare con il nuovo fidanzato, perde la testa e abbandona la caserma senza permesso. Ha così inizio una giornata rovinosa e rocambolesca, in cui insegue il miraggio di riconquistarla presentandosi di sorpresa al matrimonio con una collezione di libri rari come regalo. Per comprarli, però, ha bisogno di un bel po’ di soldi, che al momento non ha…

Con un flusso di coscienza caratterizzato da un gergo irruente, questo breve romanzo ci porta a conoscere i pensieri, i sentimenti, i sogni e i tic della gioventù iraniana declinata al maschile, accompagnandoci negli angoli più insoliti, dimessi, pittoreschi e malinconici della capitale, dai bassifondi ai quartieri alti. Un ritratto veritiero che trabocca tenerezza e ironia.

Continuavo a pensare che forse nel pane c’era la stessa farina che si era mischiata al sangue di Hesam, certo che c’era un bel casino quel giorno sulla Dezashib, possibile che nessuno si ricordasse com’era vestito l’autista del camion?

L’autunno è l’ultima stagione dell’anno

 

L’autunno è l’ultima stagione dell’anno

di Nasim Marashi

 

Tre giovani donne, la cui amicizia è nata nelle aule della facoltà di ingegneria dell’Università di Tehran, si confrontano, sulla soglia dei trent’anni, con scelte importanti dalle quali dipenderà il loro destino futuro.
Leila cerca disperatamente di ritrovare il suo posto nel mondo dopo che ha deciso di non seguire il marito all’estero per proseguire gli studi. Incapace di rassegnarsi alla fine di quello che era stato un grande amore e un matrimonio felice, cerca conforto nel lavoro in un giornale che le mutate condizioni politiche costringeranno di lì a poco a chiudere. Attorno a lei si muovono le figure di Roja e Shabane, con le loro storie familiari e le angosce di chi si appresta ad entrare nel mondo degli adulti. Roja coltiva il sogno di un dottorato in Francia e di una carriera importante, per il quale è pronta a sacrificare il legame con la madre e con il fratello, suoi unici affetti dopo la morte tragica del padre. Shabaneh vive il rimorso di aver forse provocato il dramma che rende infelice la sua famiglia e oscilla tra il desiderio di vivere una propria vita, sposando finalmente un collega di lavoro la cui pazienza è giunta ormai al limite, e il timore di venir meno al suo dovere di figlia.

Tre storie che si intrecciano nella Tehran dei nostri giorni mettendo in luce problematiche personali e sociali che contraddistinguono tanti giovani della classe media urbana

Vivere a Tehran oggi, con i problemi, i timori e le inquietudini che segnano il passaggio all’età adulta in un Paese dai contrasti ancora forti. Tre giovani donne che affrontano il futuro, lacerate dal dramma di non essere più come le madri e ancora molto lontane dalla vita delle figlie che le seguiranno.

Avevo paura di addormentarmi. Avevo paura di guardare la stanza dove i tuoi vestiti erano ancora sul letto. Avevo paura di fare la doccia e levarmi l’odore del tuo corpo di dosso. Avevo paura di aprire le finestre e far uscire il tuo respiro dalla casa.

 

Quell’angolino tranquillo a sinistra

 

Quell’angolino tranquillo a sinistra

di Mehdi Rabbi

 

 

Mehdi Rabbi afferma: “Io scrivo storie perché non posso farne a meno. La scrittura è per me come una passeggiata notturna infinita e gioiosa”.
Caratterizzati da una lingua che tiene conto dell’estrazione popolare di molti dei personaggi narrati,  punteggiata da vocaboli in dezfuli e dall’arabo locale, i racconti che un giovanissimo Rabbi ha messo insieme in questa raccolta sono effettivamente una passeggiata in una realtà di provincia apparentemente lontana dalla scintillante capitale Tehran. In essi, amore, amicizia, solitudine, desiderio di realizzarsi, rapporti genitori-figli, disincanto giovanile emergono ancora una volta come il tema principale della società iraniana di oggi. Qui, però, le contraddizioni sono meno evidenti che altrove; il cambiamento segue ritmi forse maggiormente aderenti alle norme non scritte che regolano i rapporti sociali e la convivenza familiare; l’ambiente circostante e la cultura locale sono più presenti. Racconto dopo racconto ci si immerge nella città di Ahvaz – con il suo clima, il suo fiume, i magnifici ponti, gli alberi esotici, i mercatini con le donne arabe accovacciate, i giovani universitari – facendo un tuffo in una realtà inedita per chi dell’Iran conosce solo il caos di Tehran o la serena bellezza di Isfahan e Shiraz.

Amore, amicizia, solitudine, desiderio di realizzarsi, rapporti genitori-figli, disincanto giovanile emergono da questi racconti come il tema principale della società iraniana di oggi anche lontano dal tumulto e dalle opportunità di Tehran. Nel Khuzestan disseccato dal sole, dove il grande fiume Karun scintilla sotto ponti d’acciaio, Mehdi Rabbi esplora i sentimenti e i legami che da sempre tengono insieme uomini e donne.

Dopo ogni delusione aumentavo la distanza, o quanto meno diminuivo le soste. Penso che è per questo che sono dimagrito oltremisura. Per esempio, ogni volta che mi sono lasciato con una donna che amavo ho aggiunto cinquecento metri al mio percorso. Ogni volta che ho fatto una scelta di cui poi mi sono pentito, un chilometro, e per tutte le altre delusioni e sconfitte il percorso è aumentato in rapporto alla loro importanza.

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Non ti preoccupare

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Non ti preoccupare

di Mahsa Mohebali

 

Quando Tehran si sveglia minacciata da un imminente terremoto, tutti cercano di darsela a gambe. O quasi. Per la giovane Shadi l’unica priorità sembra essere la scorta di oppio sul punto di finire. E poi c’è Ashkan, che con un sms l’avverte di aver tentato per l’ennesima volta il suicidio. C’è nonna Moluk, che ha l’Alzheimer, ha trafugato i vestiti militari di suo nipote Arash e non si sa dove si sia cacciata. Tra gli strilli della madre e le intimazioni del fratello, Shadi sgattaiola fuori casa per correre da Ashkan e, soprattutto, cercare gli amici spacciatori. Ma la città si è messa a ballare la danza del ventre e la giornata le riserverà molto altro.

Cadenzate da ritmi blues, jazz, rock, folk e metal, le tragicomiche avventure di Non ti preoccupare catapultano il lettore nel vortice di una capitale delirante, improvvisamente svuotata da politici e religiosi, dove sono solo gli outsider a rimanere e su cui incombe il pugno di ferro di un’autorità che tenta invano di ripristinare il suo ruolo. Ironico e disincantato, l’occhio di Shadi osserva la disordinata fragilità della società iraniana, tra adulti iperstressati, genitori assillanti o del tutto assenti, giovani ribelli e naïve sempre in cerca di una valvola di sfogo.

Uscito appena un anno prima delle contestazioni post-elettorali del 2009, questo romanzo, vincitore di numerosi premi in patria e già tradotto in svedese, racconta con uno stile esilarante, lontano da ogni vezzo letterario, un Paese sul punto di esplodere come una pentola a pressione. E tenacemente alla ricerca di una propria tranquillità.

Abbiamo la città in pugno, non vi preoccupate!
Devono aver disseminato cloni di Arash in  giro per Tehran, tipo tanti Barbapapà. Non riesco a capire se è la terra a tremare o è il cervello di questi scoppiati ad aver preso la scossa! Certo, non sarebbe male capire cosa vuol dire “abbiamo la città in pugno”.

 

Probabilmente mi sono persa

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Probabilmente mi sono persa
di Sara Salar

 

Un viaggio dentro di sé alla ricerca di un’amica perduta e di un passato troppo a lungo negato, chiusa in macchina nella Tehran caotica e pulsante di oggi. Sara Salar porta il lettore nelle strade di una megalopoli soffocata dal traffico e ricoperta di cartelloni pubblicitari inneggianti ad un consumismo pacchiano da cui la protagonista, una giovane donna sposata e con un figlio, è respinta e attratta insieme. Così come è combattuta tra la repulsione e l’attrazione per il socio del marito che la corteggia pressante, approfittando della sua incapacità di sottrarsi fino in fondo alle lusinghe di una mondanità vuota e superficiale e di uno smarrimento che la isola anche dagli affetti più cari.

Lo straniamento della protagonista ha radici lontane, in una sperduta cittadina del Baluchistan da dove è partita per un viaggio nella vita che l’avrebbe portata a tradire la famiglia, il proprio mondo, l’adorata amica Gandom e, soprattutto, se stessa.

Costruito su un continuo slittamento tra presente e passato, tra realtà e immaginazione, tra un vero e un falso che tocca al lettore decifrare, Probabilmente mi sono persa è solo apparentemente la storia dell’amicizia di due adolescenti che, come spesso succede, non regge alla prova dell’ingresso nell’età adulta. Con una scrittura dal ritmo sincopato e incalzante insieme, modellato sul flusso altalenante dei ricordi della protagonista, Sara Salar restituisce lo smarrimento di una società nella quale la modernità, esplosa a dispetto di un conformismo morale tenacemente coltivato, richiede uno sforzo supplementare di introspezione e di adattamento.

Romanzo rivelazione di Sara Salar, è subito divenuto un best seller (quattro edizioni e 30 mila copie vendute in pochi mesi), nonostante uno stop prolungato della censura.

Dal vetro della macchina guardo il cielo, il cielo color piombo di Tehran…
Ho detto al dottore: – È come se mi fossi persa anni fa,
persa nel cielo nero stellato di Zâhedân.

Particelle

Particelle

 

 

Particelle

di Soheila Beski

 

Il ritratto lucido e disincantato di un uomo iraniano contemporaneo fatto da una scrittrice che si cala in prima persona nei panni del protagonista.

 

Mammone, debole, opportunista. Attento al rispetto delle norme sociali per amore del quieto vivere ma pronto a irridere gli eccessi di ossequio religioso o la mistificazione ingenua della democrazia, giudicata nient’altro che un nuovo conformismo. Ossessionato in egual misura dal sesso e da una nevrosi esistenziale che le sue avventure extraconiugali ampliano fino alla paranoia, il protagonista di questo romanzo di Soheila Beski fluttua tra le norme, i divieti, le consuetudini e gli accomodamenti della società iraniana di oggi, cogliendo con cinismo le opportunità che la sua condizione di maschio gli offre. Una particella che vaga tra la realtà concreta fatta di madri, padri, figli, amici, lavoro, amori, tradimenti, piccole viltà – e scarse, scarsissime virtù – e un mondo virtuale dalle seducenti possibilità spalancato da un semplice computer da ufficio. Infilarsi nel buco nero del mondo virtuale, per sfuggire alle trappole che la vita e la sua incapacità di affrontarla responsabilmente gli tendono, diventa per questo sessantenne vicino alla resa dei conti un espediente per ancorarsi ad una realtà più vasta dove tutto può essere “svelato rimanendo velati”.

Con una sintesi efficace e sorprendente tra alcune delle “ossessioni” della millenaria cultura iranica – il male e il bene, la verità e la menzogna, l’efficacia della parola – e le sfide filosofiche poste dall’avanzare frenetico della tecnologia, Soheila Beski traccia il ritratto impietoso di un uomo ancorato ad un ipocrita modello di supremazia maschile superato nei fatti da una realtà che avanza più veloce della luce.

 

 

I fichi rossi di Mazar-e Sharif

 

 

 

I fichi rossi di Mazar-e Sharif

di Mohammad Hossein Mohammadi

 

Una raccolta di racconti che sintetizza la cronaca di un conflitto interminabile che non ha risparmiato nessun angolo dell’Afghanistan. Mohammad Hossein Mohammadi racconta con una scrittura semplice e intensa l’orrore che la guerra ha portato fin dentro il cuore delle relazioni umane più intime degli afgani.
Cronaca di un conflitto interminabile, i quattordici racconti de I fichi rossi di Mazar-e Sharif si trasformano, grazie alla scrittura lucida, elegante ed intensa di Mohammad Hossein Mohammadi, in una sinfonia di voci e di sentimenti sulle variazioni della guerra, la morte, l’amore, la nostalgia per un Afghanistan perduto.
La dolcezza del passato e l’orrore di un lungo presente, simboleggiati dall’albero di fichi del titolo che in un giardino di Mazar-e Sharif una bambina fruga alla ricerca di un frutto maturo, mentre il rombo degli aerei preannuncia morte e terrore, sono narrati attraverso una sapiente miscela di fantasia e realtà. Mohammadi, uno dei protagonisti della società civile di un Paese che cerca disperatamente di ritrovare una propria strada verso la normalità, ha scelto di far parlare tutti i protagonisti della tragedia corale nella quale l’insensatezza della guerra ha gettato l’Afghanistan: contadini uccisi mentre si apprestano a raccogliere il grano nell’intervallo tra una battaglia e l’altra; bambini che la guerra ha reso orfani, mutilati, segnati a fuoco dall’orrore senza fine degli adulti; madri di famiglia costrette a prostituirsi nonostante l’incubo della lapidazione; giovani fanciulle concupite come bottino di guerra; uomini normali che la guerra trasforma in mostri irsuti e insensibili; combattenti che scoprono le loro debolezze di uomini; difensori della libertà che dimenticano il rispetto di valori che neanche la guerra dovrebbe calpestare. Mohammadi riserva ad ognuno di essi, anche a quei talebani esecrati dall’Occidente e temuti in Afghanistan, uno sguardo che scandaglia i loro sentimenti più profondi, e un posto nella Storia che la cronaca giornalistica ha spesso loro negato.

A quarant’anni

 

 

 

A quarant’anni

di Nahid Tabatabai

 

La crisi di una quarantenne iraniana che, come tante coetanee occidentali borghesi, rimpiange la gioventù e il primo grande amore, ma soprattutto le realizzazioni mancate nel frastuono della guerra e del nuovo ordine sociale imposto dalla rivoluzione khomeinista.
A quarant’anni descrive minuziosamente la vita di una donna che l’autrice intende proporci come modello di una nuova realtà femminile iraniana: il lavoro in un grande ufficio della capitale, fonte di indipendenza economica, nonché luogo privilegiato di rapporti sociali che possono essere talvolta frustranti o competitivi, ma che costituiscono in ogni caso un’alternativa al cerchio chiuso della rete parentale; una famiglia che si discosta dal modello tradizionale in cui la cura dei figli, del marito, dei genitori, costituisce un ostacolo alla realizzazione professionale anche per le donne della classe media. Alaleh, la protagonista, ha un’unica figlia, alla quale la legano amicizia e complicità, e un marito affettuoso, disponibile, comprensivo, con cui condivide alla pari la gestione del ménage quotidiano e la tempesta di sentimenti provocata dal ritorno di un uomo un tempo amato, proprio nel delicato momento di passaggio all’età matura.
Da un romanzo che si svolge tutto intorno a questo leit-motiv, emerge il quadro di una società in movimento che esploderà appena pochi anni dopo in una richiesta di cambiamento di cui proprio le donne saranno le protagoniste principali.
Da questo romanzo è stato tratto il film di Alireza Raisian, Chehelsaleghi, interpretato da Leyla Hatami, Orso d’Oro a Berlino 2011 come miglior attrice per il film Una separazione.